ragusa petrolio eni 1350

 

L’area di estrazione è presidiata giorno e notte. L’accesso è vietato. L’emergenza è quindi pienamente in atto, anche se, fino alla denuncia di Legambiente, tutto era coperto dal silenzio. Silenzio del Comune, almeno nell’immediatezza, perché il 27 aprile scorso – chiarisce ora palazzo dell’Aquila – era giunta una comunicazione dell’Enimed con la quale si segnalava una situazione di potenziale contaminazione del pozzo 16 del Comune di Ragusa. Si tratta di pozzi fuori esercizio da vent’anni. In ogni caso Enimed ha fatto sapere di avere attivato i protocolli di sicurezza previsti, assicurando che non ci sono stati sversamenti nel fiume. L’acqua quindi non sarebbe stata inquinata, ma sarebbero in corso delle verifiche. Ovviamente si tratta di rassicurazioni che, provenendo dal mondo Eni, hanno la stessa credibilità, per es., di quelle entrate nel processo per il disastro di Val d’Agri, in Basilicata, dove tra i tanti altri è stato arrestato anche un tecnico Eni di Scicli, Enrico trovato, responsabile del centro olii dell’Eni a Viggiano. Lì tutto il management dell’ente di Stato e delle società collegate sapeva dei disastri che dolosamente provocava. E taceva. Ma stiamo ai fatti e all’emergenza che da un mese e mezzo riguarda oggi il territorio ibleo. L’area di estrazione è in contrada Moncillè, in territorio di Ragusa. Lo sversamento dura da tempo e sta interessando un bacino, non si sa quanto esteso, dell’Irminio. Al pari del Comune, anche il Libero consorzio, ex Provincia, rassicura: tutti gli enti preposti e gli organismi tecnici dotati di competenze e funzioni in materia sono al lavoro, ma la preoccupazione c’è e se ne fa interprete Legambiente, memore dei disastri anche recenti e del doloso occultamento delle tonnellate di veleni sversati nell’ambiente e nelle falde acquifere.    Per questo è stato annunciato un esposto alla procura, alla luce della recente legge sugli ecoreati.

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