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C’è stato un periodo nel quale la “gara” era lo strumento normale, difficilmente derogabile, per l’affidamento di tutti quei servizi che concorrono a formare il sistema di welfare. Miliardi di spesa pubblica per l’adempimento di elementari e basilari funzioni di civiltà di una società avanzata. Ovviamente anche una gara ad evidenza pubblica, ancorata a precisi e rigorosi vincoli normativi, è più o meno suscettibile di essere piegata e manipolata. Ma non è facile ed anzi, grazie alle innovazioni normative dell’ultimo decennio, sempre, sempre più difficile. Questa sarebbe un’ottima notizia in un paese permeabilissimo alla corruzione ma è vero il contrario, perché questa – la corruzione - è tanto diffusa e frequente che la notizia vera, pessima, è che di gare non se ne fanno quasi più. Abbandonate, rifiutate dagli enti pubblici, evidentemente più a proprio agio con strumenti maggiormente flessibili. In questo caso lo strumento prescelto è quello dell’accreditamento. Ovvero la pubblica amministrazione committente accredita tutte le imprese interessate dotate di requisiti minimi e si ferma li. E chi, tra di esse, potrà fornire i servizi che alla pubblica amministrazione costano tanto? Quelle che saranno scelte dalla maggioranza degli utenti. Detto così, sembra il migliore sistema possibile. La pubblica amministrazione tira fuori i soldi, si apre a tutte le imprese aventi requisiti minimi e l’utente finale sceglie quella che più la soddisfi. Sembra che si sia di fronte al trionfo della democrazia e a nessun rischio corruttivo perché a scegliere è, comunque, l’utente: ovvero il soggetto nell’interesse del quale il servizio è organizzato, finanziato ed erogato. Sembra ….. ma, non è così. Non è affatto così. Anzi le cose stanno nella maniera opposta. Innanzitutto chiediamoci chi siano gli utenti ai quali è affidata la scelta. Sono i soggetti assistiti, destinatari delle prestazioni sociali: anziani, persone non autosufficienti, disabili di vario tipo, anche gravissimi, comunque soggetti fragili, fragilissimi. Nella migliore delle ipotesi conoscono il servizio che hanno già avuto, le prestazioni che hanno già ricevuto, dall’impresa che le ha erogate. E basta. Sicché, quando arriva il momento della scelta, non sanno nulla delle altre imprese, né dei servizi che potrebbero offrire, né dei progetti migliorativi. Perché non solo negli enti pubblici interessati non c’è mai una procedura, un’attività finalizzata ad informare l’utenza con trasparenza, imparzialità, completezza. Ma accade di più e di peggio. Accade che chi sta erogando il servizio, finanziato con soldi pubblici, possa relazionarsi e colludere, nel cuore degli interessi concreti, con operatori di quella pubblica amministrazione. E non è raro il caso in cui tutto il sistema comportamentale non scritto sia finalizzato ad influenzare la scelta dell’utenza, oscurando le informazioni sulle imprese fuori dal giro - che magari potrebbero offrire le prestazioni migliori – e inducendo in mille modi gli utenti a scegliere quella che ha già dimostrato di meritare il sostegno, non sempre disinteressato, di funzionari e dirigenti dell’ente pubblico e dei vari “agit prop” i quali si muovono in un sottobosco che spesso sfocia in veti, ricatti, condizionamenti. Il tutto sulla pelle dell’utenza e delle imprese che puntano sulla qualità della propria offerta e vorrebbero competere su questo terreno ma non hanno alcuna possibilità di farlo. Questo sistema lo abbiamo visto all’opera nei vari enti pubblici locali, comuni ed ex province, con tutto il carico descritto di ambiguità, opacità, condizionamento, cointeressenza tra il pubblico che dovrebbe essere imparziale e le imprese conniventi. Ora – ecco l’altra pessima notizia – è che a sceglierlo è anche la Regione siciliana – quindi siamo su una scala quantitativa più alta – per l’affidamento dei servizi di assistenza domiciliare da parte delle aziende sanitarie provinciali. Un business milionario sul quale chi è in grado di manovrare la massa degli utenti (soggetti fragili, privi di autonomia e di strumenti di scelta effettiva nel proprio interesse) ha già messo gli occhi. Ed ecco pronto ad esultare e ad esaltare le proprietà salvifiche di un sistema che consente il peggiore affarismo sulla pelle dei soggetti deboli che, a parole, si vorrebbero tutelare. Nelle gare pubbliche – di fatti abbandonate – impossibile non fare una comparazione vera tra le imprese, sia sull’offerta economica che su quella tecnica, con tanto di progetti migliorativi che invece, in questo caso, nella via prescelta, gli utenti non vedranno mai.       Per non dire del costo a carico dei cittadini. L’analogo servizio quattro anni fa fu affidato tramite una gara da 18 milioni di euro. E un ribasso di circa il 30 per cento. Ora niente gara per un affare da 20 milioni di euro sul quale non ci sarà alcun ribasso perché la selezione di qualità non avverrà attraverso l’analisi comparativa di ogni singolo elemento del progetto, ma sarà affidata, in apparenza, alla scelta dei singoli utenti. Ma poiché loro sono – e vengono tenuti – all’oscuro di tutto, saranno altri a scegliere. Attingendo a piene mani e pienamente, senza sconti né ribassi, a quella torta da 20 milioni di euro. E senza dare all’utenza il servizio migliore.

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