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Solo da pochi giorni tutti hanno potuto ascoltare le parole pronunciate da paolo Borsellino diversi anni prima di morire. L’audizione del 1984 e poi quella, a Palermo, del 1986. Parole finora rimaste nel limbo segreto, inaccessibili perché il cittadino semplice non poteva certo andare a consultare gli archivi cartacei della Commissione nazionale antimafia o del Consiglio superiore della magistratura. L’ascolto di questa voce ha riacceso rabbia e indignazione nel momento in cui tutti oggi parlano di Paolo Borsellino, nel 27 anniversario della strage in cui fu ucciso insieme ai quattro uomini e all’unica donna della sua scorta. Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddy Walter Cosina, Claudio Traina e Agostino Catalano. Sei vite spazzate via in un soffio e ritrovate sparse in tanti pezzi su un asfalto di polvere e macerie, inghiottito da 90 chili di tritolo preso qualche giorno prima a Porticello e poi piazzato dentro a una Fiat 126. Ventisette anni dopo rimangono dubbi come macigni e voragini nella storia che una colossale azione di depistaggio di Stato ha voluto aprire, come il tritolo squarciò via D’Amelio intorno alla casa della madre di Paolo Borsellino. E oggi a a parlare di quei fatti ci saranno figure non distanti da quel mondo che ruota intorno all’ex magistrato del dress code agli arresti domiciliari o a quelli coinvolti nella vicenda Palamara, quelli della vecchia gestione delle Misure di prevenzione a Palermo, quelli del depistaggio Scarantino, quelli del "sistema Siracusa", quelli delle sentenze del Tar aggiustate, quelli che oggi hanno perso la memoria di quanto accaduto 27 anni fa e quelli che ancora oggi, nei fatti e nei loro comportamenti, lo uccidono ancora», come qualche voce limpida e autorevole ha affermato sui social. Di quella strage sappiamo ciò che hanno voluto raccontarci i pentiti. Neppure quattro processi sono bastati a diradare la nebbia. Tanto che si continua ancora, almeno sul piano giudiziario, a indagare persone, a istruire processi. Da quello in corso a Caltanissetta che vede alla sbarra per calunnia tre ex poliziotti del gruppo Falcone-Borsellino accusati di aver avuto un ruolo nella creazione e nella gestione del loro pupo, il finto pentito Scarantino, ai magistrati Carmelo Petralia e Anna Maria Palma da poco iscritti nel registro degli indagati, ipotizzando anche nei loro confronti il reato di calunnia aggravata. In molti, intanto, disertano gli appuntamenti della ricorrenza. E si leva la voce polemica di Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo, il quale ha declinato l’invito della Commissione antimafia in occasione della desecretazione delle audizioni. Il riferimento è alla decisione dell'organo parlamentare di togliere il segreto da tutti gli atti secretati dalle inchieste parlamentari dal 1962 al 2001, a cominciare dalle audizioni del giudice Borsellino. Una decisione importante, ma un po’ diversa da «quella desecretazione che aspettiamo da anni e che peraltro anche il ministro Bonafede aveva promesso in via D’Amelio e che non è mai arrivata» ha sottolineato ancora una volta Salvatore. «In quella strage mio fratello è stato ridotto ad un tronco carbonizzato senza più le gambe e le braccia – scrive Salvatore Borsellino a Nicola Morra che l’aveva invitato alla cerimonia per la desecretazione - i pezzi di quei ragazzi sono stati raccolti uno ad uno e messi in delle scatole per poi essere identificati, separati e racchiusi in delle bare troppo grandi per quello che restava di loro». Ora, a ventisette anni di distanza «io non posso accettare che i pezzi di mio fratello, le parole che ha lasciato, i segreti di Stato che ancora pesano su quella strage vengano restituiti a me, ai suoi figli, all’Italia intera, ad uno ad uno. È necessario che ci venga restituito tutto, che vengano tolti i sigilli a tutti i vergognosi segreti di Stato ancora esistenti e non solo sulla strage di Via D’Amelio, ma su tutte le stragi di Stato che hanno marchiato a sangue il nostro paese». Per Salvatore Borsellino è necessario che quella «agenda rossa sottratta da mani di funzionari di uno stato deviato e che giace negli archivi grondanti sangue di qualche inaccessibile palazzo di Stato e non certo nel covo di criminali mafiosi, venga restituita alla memoria collettiva, alla verità e la giustizia. Decine, se non centinaia di persone, nei meandri e nelle segrete di questo Stato, conoscono dove viene occultata questa agenda, dove vengono occultate le ultime indagini, le ultime parole, gli ultimi pensieri di Paolo Borsellino». «Soltanto quando un rappresentante di questo Stato che ha lasciato crescere nel suo ventre un mostro capace di intavolare con l’antistato, con gli assassini di Giovanni Falcone, una scellerata trattativa e sull’altare di questa trattativa ha sacrificato la vita di Paolo Borsellino, si presenterà in ginocchio in Via D’Amelio a portare non ipocrite corone di alloro, simboli di morte, ma quell’agenda rossa, allora e soltanto allora – conclude Salvatore Borsellino - potrò avere pace».

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