1562099288698.jpg--arresti_gela__le_auto_anche_per_la_madonna_e_il_poliziotto_spregiudicato.jpg

 

Presenta mille rivoli, flussi, relazioni, transazioni finanziarie e migliaia di dialoghi intercettati l’inchiesta denominata Camaleonte che ha portato all’arresto di tre componenti della famiglia Luca di Gela e al divieto di dimora nelle province di Caltanissetta e Ragusa a di altri quattro familiari. Beni per 63 milioni di euro sequestrati, e l'arresto dei fratelli Francesco Antonio e Salvatore Luca, oltre che del figlio di quest’ultimo, Rocco Luca, indagati per concorso esterno in associazione mafiosa. Sono passaggi di un'inchiesta che apre uno squarcio inquietante sul ruolo deviato di alcuni uomini delle istituzioni.  Tra questi Giovanni "Gianni" Giudice, vittoriese, primo dirigente di polizia, già commissario a Gela, poi capo della squadra mobile di Caltanissetta, quindi in servizio nella questura di Agrigento e, da due anni, di Perugia.  Dalle risultanze investigative emerge che Giudice, tra il 2007 e il 2011, acquistò e rivendette prima una Bmw, poi una Fiat Idea e infine un'Alfa Romeo a Lucauto di Gela. L'Alfa è stata comprata da Giudice a 9.500 euro e rivenduta alla stessa concessionaria a 13.500. Il poliziotto, dopo aver usato l'auto, ha ottenuto l'insperato plusvalore di ben 4 mila euro.  Il poliziotto avrebbe ricevuto in regalo anche un soggiorno per due persone al Grand Hotel Plaza di via del Corso a Roma il 27 e 28 ottobre 2011 al costo di 300 euro, notti pagate con carta American Express della Lucauto srl. Sempre secondo quanto emerge dalle indagini, Giudice sarebbe inoltre entrato abusivamente nella banca dati del sistema riservato del ministero dell’interno per scoprire eventuali indagini a carico della famiglia Luca. Oltre a Giudice, a spiare il sistema informatico del Viminale per conto dei Luca, sarebbe stato anche Rosario Cunsolo, originario di Vittoria, dipendente dell'Aisi (i Servizi segreti civili) e in contatto con lo stesso Giudice. Ma dentro la Squadra Mobile c'era anche Giovanni Arrogante, oggi indagato ma in pensione e quindi non oggetto di misure cautelari. Nelle pagine dell'ordinanza spuntano altri nomi di pubblici ufficiali che avrebbero goduto delle facili compravendite dei Luca. Alcuni già coinvolti in altre vicende giudiziarie.  Angelo Bellomo, l'ex capocentro della Dia di Catania condannato dalla Corte dei Conti in primo grado e imputato per falso ideologico in atto pubblico e truffa aggravata ai danni dello Stato per aver utilizzato come alloggio di servizio un appartamento preso in affitto proprio dalla Lucauto, in realtà mai utilizzato. Ci sono anche il colonnello Giuseppe "Pino" D'Agata (ex capocentro Dia di Palermo e poi ai servizi segreti civili), già a capo del comando provinciale Carabinieri di Ragusa, e Mario Sanfilippo (luogotenente della Finanza), entrambi imputati nel processo Montante; e Luciano Vedda, maresciallo della finanza in servizio a Gela fino al 2015 e poi ad Agrigento. Salvatore Luca, fondatore della Lucauto, già nel 2006 fu colpito da un sequestro di circa 60 milioni di euro e accusato dalla Dia di Caltanissetta di essere un prestanome del clan mafioso Rinzivillo. Ma pochi mesi dopo il provvedimento, l'imprenditore denunciò di essere vittima di estorsione da parte del clan rivale, gli Emmanuello. Una testimonianza raccolta non dalla stessa Dia, ma dalla polizia guidata proprio da Giudice e che portò a diversi arresti. Oggi la Procura nissena la definisce «una pseudo collaborazione, al solo e dichiarato scopo di ottenere la revoca del sequestro preventivo della sua concessionaria». Cosa che avvenne sei mesi dopo la denuncia.

Pin It