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I tanti colloqui intercettati tra Salvatore Luca e Antonio Rinzivillo, storico capo di Cosa Nostra a Gela, condannato all’ergastolo, sono il cuore dell’inchiesta “Camaleonte. Già nel 2000 Luca lo chiama fratello e ciò che emerge non è un rapporto subordinato, ma alla pari, “da soci in affari, di vicinanza, fiducia e di reciproco scambio», scrivono gli inquirenti ricostruendo l'ascesa dell'imprenditore della Lucauto, 69 anni, dietro la quale ci sarebbero proprio le risorse economiche e la forza intimidatrice del clan Rinzivillo. 

A sostenere l'accusa contribuiscono sia l'analisi dei flussi economici delle società dei Luca - oltre a Salvatore, il figlio Rocco e il fratello Francesco - attive nel settore della vendita di auto di lusso e degli immobili, sia le molteplici dichiarazioni dei pentiti. Tra questi c'è Angelo Bernascone, imprenditore gelese attivo nel settore della metalmeccanica a Bursto Arstizio, in Lombardia, dove i Rinzivillo sono storicamente presenti. Bernascone, tra fine anni '90 e inizio anni 2000, entra in contatto con Antonio Rinzivillo e col fratello Crocifisso, detto Ginetto. «Rinzivillo - racconta il collaboratore di giustizia ai pm di Caltanissetta - aveva detto a Franco Luca che gli avrebbe consegnato un miliardo di lire, provento del traffico di droga, e si era stabilito che Franco Luca a sua volta si sarebbe impegnato ad acquistare autoveicoli e a spedirli a suo fratello Salvatore per rivenderli. All'epoca, fine anni ’80, e inizio anni ’90,  Salvatore Luca aveva appena cominciato a vendere autoveicoli a Gela e grazie a questo intervento del Rinzivillo, la sua attività ebbe modo di crescere giorno dopo giorno». 

Bernascone aggiunge poi un altro aspetto, su cui anche altri pentiti convergono. «Antonio Rinzivillo aveva pure chiesto a Franco Luca di nascondere e far viaggiare la droga nei veicoli che avrebbe comprato. Accusa che la procura non contesta ai fratelli Luca, per impossibilità di riscontro.

Secondo quanto ricostruito, Salvatore Luca avrebbe dimostrato ampia collaborazione con i Rinzivillo anche mettendo a disposizione automobili a soggetti pregiudicati. «Ci favoriva dandoci delle macchine - racconta Emanuele Celona, pentito e in passato reggente del clan Emmanuello - quando noi potevamo andare a trovare i latitanti o ci serviva una macchina pulita, perché sapevamo che i carabinieri o la polizia ci mettevano le microspie». E non sarebbero stati episodi isolati, ma una prassi. 

Un metodo che a Salvatore Luca, prima dell'ultimo arresto, era già costata una condanna per aver favorito la latitanza di Filippo Casciana, altro esponente di vertice di Cosa Nostra a Gela. Nel 2002, Casciana viene condannato a 24 anni di carcere ma si rende irrintracciabile. Gli investigatori che sono sulle sue tracce intercettano una telefonata in cui l'uomo dà indicazioni alla moglie su come raggiungerlo in Calabria. Con una macchina che gli darà Luca: basta dirgli che serve per lui, mafioso latitante. Cosa che avviene puntualmente.

In cambio di tanta disponibilità, il fondatore di Lucauto avrebbe tratto vantaggi anche nella gestione di un importante giro di usura sotto la protezione del clan Rinzivillo. Testimoni parlano di imprenditori, avvocati, commercianti in difficoltà economiche rimaste vittime di un sistema basato sulla modalità di scontare titoli di credito post-datati trattenendo per sé percentuali rilevanti. Anche in questo caso, tuttavia, l'ipotesi usura non rientra tra le contestazioni rivolte all'imprenditore dalla procura.

Salvatore Luca viene colpito da un primo sequestro di  60 milioni di euro già nel 2006, ma dura pochi mesi. L'imprenditore si rivolge alla polizia - in quel momento guidata a Gela dal commissario Giovanni Giudice, per denunciare di essere vittima di estorsione da parte del clan Emmanuello, ma nessun riferimento viene invece fatto in quella sede ai Rinzivillo. Secondo gli inquirenti, il pagamento del pizzo al clan rivale - nel frattempo vittorioso nella faida di mafia aperta negli anni '90 - non esclude gli affari con i Rinzivillo, la cui presenza dietro le società dei Luca sarebbe stata volutamente tenuta nascosta anche all'interno di Cosa Nostra. 

Diversi gli ufficiali dei vari corpi di polizia coinvolti nella protezione agli affari della famiglia Luca. Ma tra di loro il ruolo più importante, secondo gli inquirenti, lo ha avuto Giovanni Giudice, primo dirigente di polizia, vittoriese, indagato nella stessa inchiesta per corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio e accesso abusivo ai sistemi informatici del ministero dell’interno.

Secondo i magistrati guidati da Amedeo Bertone avrebbe fatto filtrare informazioni riservate sulle indagini a loro carico, provando a tenerli lontani da approfondimenti giudiziari e accreditandoli come imprenditori antimafia. 

Un’inchiesta che, in tutto e per tutto – se sarà confermata dalle verifiche successive e dagli sviluppi del procedimento – reca le impronte del sistema Montante. Del resto Giudice aveva chiesto un’assunzione all’ex leader di Confindustria e con lui, sono coinvolti coimputati del processo-Montante, come l’ex comandante provinciale dei carabinieri di Ragusa Giuseppe D’Agata.

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