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Ancora detenuto in carcere, Antonio Montante ha preferito restare in cella e non apparire nella sala udienze del tribunale di Caltanissetta dove il gup è chiamato a pronunciarsi sul rinvio a giudizio a suo carico e nei confronti di altri 19 imputati.
Una scelta sicuramente dettata dall’opportunità di sottrarsi ai riflettori mediatici, della cui sapiente, e spesso collusiva, gestione, Montante ha fatto una delle ragioni del suo smisurato potere.
L’ex meccanico di Serradifalco che ha scalato i vertici di Confindustria, accreditandosi come paladino della legalità, è accusato di associazione mafiosa, ma in carcere, il 14 maggio scorso, è finito per due associazioni a delinquere semplici. Una delle quali è giudicata oggi nell’udienza preliminare, limitatamente a 20 dei suoi 24 presunti componenti.
In quattro hanno chiesto infatti il giudizio immediato: l’ex presidente del Senato Renato Schifani, il generale dei carabinieri Arturo Esposito ex direttore dei servizi segreti civili Aisi, il docente universitario Angelo Cuva e l’imprenditore Massimo Romano.
Fra i 20 imputati che hanno scelto di non saltare l’udienza preliminare il colonnello dei carabinieri Giuseppe D’Agata, il colonnello della Guardia di Finanza Giuseppe Ardizzone e diversi altri alti esponenti delle forze dell’ordine.
Sono circa venti le richieste depositate di costituzione di parte civile: tra di esse la Regione Siciliana, i Comuni di Caltanissetta e Palermo, la Camera di commercio nisssena, i giornalisti Attilio Bolzoni e Giampiero Casagni, l'ex assessore regionale Nicolò Marino, il vicequestore Gioacchino Genchi, l'imprenditore Pietro Di Vincenzo, l’ex sindaco di Racalmuto Salvatore Petrotto

 

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